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Brevi manu

Written on 9 luglio 2017   By   in Blog

In questi giorni, per circostanze che non approfondisco*, sono tornato a frequentare casa dei miei genitori, a tal punto da arrivare spesso a trascorrerci la notte. Mettendo mano ai cassetti, alle vecchie foto e sopratutto ai documenti, mi è capitata una tua lettera. Scritta a mano, per l’occasione. Come accade assai spesso, cerchi delle cose e ne trovi altre. Quella tua lettera la incontro periodicamente, almeno una volta all’anno.

 

Alcuni passaggi di quello che scrivesti (e forse pensavi) continua a farmi sobbalzare. Parlo delle dissonanze, delle affermazioni apodittiche, dei sillogismi pericolanti, sparati ed accatastati gli uni sugli altri, per ribadire con forza il tuo essere diverso. Altro da me.

 

Non compresi mai lo sforzo a cui ti eri sottoposto per poter dimostrare ciò che per me, e gli altri e chiunque, era già visibile e lampante. Tu avevi bisogno costante di prendere le distanze, di smarcarti, e lo facevi di continuo. Fino al punto di arrivare a scriverlo. A scrivermelo. A futura memoria.


Di ritorno da una scorribanda notturna di tanti anni fa, mi consegnasti una lettera, quella lettera che ora ho in mano. Arrivò repentina, brevi manu, una missiva/missile prioritaria e autoritaria, proprio mentre io acquistavo il Borghese e la Gazzetta all’edicola di Piazza Argentina. Facemmo una rapida colazione e, quando fu il momento dei saluti, ti accertasti che avrei letto con calma, solo una volta arrivato a casa.

Così feci. Giunto a casa mi sedetti in tinello, respirai profondamente e con un curioso turbamento cominciai la lettura. Tra un accenno alla stima e all’affetto, un passaggio sulla mia personale dotazione umana e una breve, brevissima, digressione sulle mie qualità artistiche, si arrivava a un punto che – a tutt’oggi – considero esemplare.

…e questa cosa della giacca e della cravatta ti è un po’ sfuggita di mano. In questo non potremmo essere più lontani.


E dire che mentre ti facevo il primo nodo alla cravatta, spiegandoti che la situazione contingente richiedeva un imprescindibile dresscode, tu giuravi che sarebbe stata la prima e ultima volta.


Seguiva poi un passaggio sulla mia ossessione per i profumi e quella che tu consideravi “una fanatica passione per le collane e i braccialetti.

Oggi pomeriggio, rileggendo la tua lettera, mi sono dato un’occhiata. Una critica occhiata. Ho preso, si fa per dire, le distanze da me, per tentare di essere il più possibile oggettivo. Mi sono guardato e… a parte la ridicola, imbarazzante, e superata parentesi del Borghese e della Gazzetta, sollevando le maniche e allentando il nodo della cravatta, vedo ancora un braccialetto sul polso sinistro e un ciondolo giapponese intorno al collo. Sul petto permane un vago sentore,  ciò che rimane di una spruzzata di CK Be.
Braccialetti, collane, cravatte, CK Be…


Ma a che ti serve tutta ‘sta roba?” – mi chiedevi.
Non è che mi serve, mi piace.” – ti rispondevo.
Non è possibile… ti hanno puntato una pistola alla tempia.

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Mi dicono che oggi indossi giacca e cravatta, braccialetti e profumi. Se non ti avessi incrociato io stesso, uscendo dal tabaccaio, non ci avrei creduto. Mi è stato subito chiaro che in questi anni, non ho problemi ad ammetterlo, mi sei mancato.

A quanto pare, checché se ne dica, io pure.

 


 

* Tra me e Alessandra le cose vanno bene, lo preciso prima che parta un film sbagliato.

Cupio dissolvi

Written on 11 giugno 2017   By   in Blog

pecore

Ci sono due o tre persone – fra i miei amici di Facebook – che nel momento esatto in cui mi mettono un “like” contestualmente mi costringono a rileggere quello che ho scritto. Mi fanno dubitare della sintassi e, cosa più grave, dei contenuti che ho esposto. Poi scopro che non hanno colto l’ironia, oppure hanno semplicemente frainteso… e lascio tutto com’è.
Sono gli stessi che chiederebbero lumi, e probabilmente prove – a Copernico – su quella misteriosa cheesecake che, se la serata è sufficientemente tersa, si vede bene solo dopo una certa ora.
Pretendono che la loro opinione debba avere lo stesso valore di quella di chiunque altro. Un attimo prima smettono di brucare l’erbetta. Un attimo dopo si collegano al social network e improvvisamente, per motivi insondabili, diventano esperti di tutto. Sollevano dubbi e scoprono cospirazioni.
Perciò ho deciso, con rarissime eccezioni, di pubblicare solo post che costringano il lettore a fare più salti logici di quanto mediamente non faccia nel corso di un anno.
Risultato? Tre “like”.
Qualora ne volessi di più, ho parecchie alternative: i miei micini, le foto con il viso di Alessandra, una qualunque frase populista/complottista, una finta citazione, una qualunque porcheria antivax, una canzone dei Modà, una citazione di Fabio Volo, esoterismo un tanto al chilo o una pomposa minchiata di Fusaro.
Magari auspicando la “massima condivisione”.
NO.

Tutti tuttologi

Written on 12 febbraio 2017   By   in Uncategorized

Francesco Gabbani, lo dico senza pudore, ha il grande merito di essere trasversale. Nell’assembramento umano composto di critici ed estimatori, tutti hanno dovuto fare i conti con questo signore. Senza addentrarmi in analisi sociologiche oziose, e che forse non saprei fare, provo a semplificare il mio parere.

Di fronte al Gabbani, sempre semplificando, si sono creati tre gruppi principali:

1) Chi si è divertito e lo ricorderà come “quello con la scimmia”.
2) Chi non lo ha digerito e che lo ricorderà, in ogni caso, come “quel pirla con la scimmia” e… a cui tendere una banana. E poi…
3) Chi ne hanno apprezzato la scanzonata e leggera – ma tagliente – presa in giro di un certo mondo, pregno di esoterismo banalotto, consumato e rivenduto a un tanto al chilo. Un gruppo non molto nutrito, io credo.


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Fin dal primo ascolto mi ha ricordato un certo Sergio Caputo, con le opportune distanze di genere, certo, ma con lo stesso uso divertito delle parole e uno spirito vagamente dadaista. Non mi è sembrato casuale che Gabbani abbia scelto proprio Susanna di Celentano, come cover (il cui testo italiano fu affidato proprio al Sergione nazionale).


“La folla grida un mantra. L’evoluzione inciampa. La scimmia nuda balla.”

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Nessuno che conosca o abbia letto Desmond Morris? Ok, come immaginavo.


Fiorella Mannoia, diciamo la verità, si è trovata tra le mani una canzone impresentabile. Costretta a rispolverare un manierismo gigionesco, più anacronistico che demodé, ha messo in campo tutto il repertorio delle faccette contrite, quelle da accorato appello in Eurovisione, per intenderci. Insomma, quello che serve a Sanremo quando Sanremo imita Telethon. Con innegabile esperienza e mestiere, lo dico senza ironia, ha tentato di dare profondità al brano di Papa Frances… ehm… con l’aggravante di risvegliare l’anima social del Cardinale Ravasi.
Salvatela e mandatela a fare il giudice ad un talent. Uno qualunque. Per favore.

“ Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta.”

 

La canzone, come abbiamo visto, tutt’altro.


ALTRE
Fabrizio Moro è un non sense. Una cosa che non si spiega. Il nulla gridato con enfasi. Abbiamo già Vasco e, Fabrizio, non ti serviranno un prosecco o una birra per farti diventare un altro Vasco. Serviranno, però, a farti diventare brillo. Mentre Vasco resta Vasco, anche senza prosecco e birra. Smetti. A me piacevano Samuel e Michele Bravi. Namastè!

Il pensierino delle feste

Written on 23 dicembre 2016   By   in Uncategorized

Pensierino delle feste, come di consueto, sottovoce, come piace a noi.
Stanotte, come fanno i musicanti veri, sono tornato a casa piuttosto tardi. Dopo il concerto a Crema e l’inevitabile incontro con la pannosa scighera* chantilly, sulla strada che mi riportava a Milano, sono arrivato alle porte della città con parecchia adrenalina in corpo.

Vuoi l’elettrizzante serata con i Multigroove, vuoi il terrore di non vedere ad un metro dal parabrezza, mi sono concesso una sosta in Viale Monza, così da garantirmi un meritato chill out e la degustazione di un kebab di piccantezza smodata.
Poco più tardi, ho raggiunto casa e mi sono disteso.
Ho avuto un sonno agitato e pieno di risvegli improvvisi, ma grazie a quella camomilla naturale di Alessandra, che ancora mi concede l’onore di dormirle accanto, riprendevo sonno quasi immediatamente. Tanti pensieri, tante incognite, qualche preoccupazione… senza scendere in dettagli, sapete, io e quella ricciolina abbiamo avuto un anno da montagne russe, con discese ardite, quelle di Battisti, e le risalite (sempre di Battisti). In picchiata e in arrampicata. In ricchezza e in povertà, e tutte quelle cose lì.
Avete presente la sensazione che manchi qualcosa?
Quella carenza della sera… (copyright dei New Trolls)

Beh, stanotte – tra una fase R.E.M. e una fase Nirvana – ho pensato a tutte le congetture, le ipotesi, gli scenari che avevamo immaginato insieme e che tutt’ora immaginiamo. Nella prima metà dell’anno ci succedeva di farlo in una birreria, di ritorno dal ristorante. Oggi avviene a tavola, prevalentemente, ma anche sul divano, con il blocchetto degli appunti, i pennarelli, gli evidenziatori e tutto quello che serve per essere fedeli a quel disegno di futuro che abbiamo in mente. Pianifichiamo. Un pezzo alla volta, un passo avanti, due indietro e tre avanti, per recuperare sugli imprevisti che arrivano, per definizione, senza essere previsti. Insomma… come fa, o come dovrebbe fare, una famiglia.

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Per dire…

Quando Ale è entrata nella mia vita, mi ha sentito tante volte parlare di famiglia, sempre con molto trasporto ma in parecchi momenti, quando finalmente toglievo del tutto l’armatura da cinico e la mettevo per un po’ nell’armadio, mi osservava come farebbe uno strizzacervelli di fronte a Dominic Toretto quando fa l’enfatico. Ecco.

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Dominic Toretto mentre spiega sobriamente le sue posizioni

 

Famiglia, lo avrete capito, è una parola che adoro. Esclusiva ed inclusiva, allo stesso tempo.

Ci sono i papà, le mamme, i figli, i nipotini, le zie e gli zii, i cugini (che sono fratelli ad honorem), ecc… quelli che ci toccano per nascita e che non possiamo scegliere. Sono importanti, sono fondamentali.
Non li scegliamo, ma sono l’imprinting, il modello di riferimento, la chiave e la serratura.
Non li scegliamo ma ci insegnano, io credo, a scegliere.

 

 

 

Scegliere.
Se ci viene data l’occasione, e un tempo adeguato per fare minchiate, errori di valutazione, prendere cantonate ed infatuazioni, a volte impariamo anche a farlo. Si può persino diventare bravi. A un certo punto scegli chi entra, chi resta, a chi puoi dare il duplicato delle chiavi e chi se ne può andare a farsi fottere. A volte qualcuno si addormenta sul divano, non sai bene chi è, chi lo ha fatto entrare… ma poi dopo qualche tempo scompare. Altri li vorresti fare entrare, vorresti che non si limitassero ad arrivare alla porta, magari offrirgli una camera, il divano che si è liberato da poco ma… non te ne danno la possibilità e ti rimane un po’ di amaro in bocca. Fa parte del gioco, ragazzi, e bisogna metterlo in conto.

Questa, pensavo, è esattamente la mia idea allargata di… famiglia allargata! Una specie di grande casa, senza pareti (copyright di Gino Paoli, stavolta), dove ci sono tutti, anche quelli che non ci sono più, ma che ci sono lo stesso. Quelli che abbiamo scelto di avere intorno, quelli che a loro volta ci hanno scelto e si sono fatti scegliere, che resistono, nonostante.
Sono lì, sempre nei paraggi, a portata di mano, di sguardo, di voce. E quando tutti si è nella stessa casa, ora lo so, diventa complicatissimo distinguere gli uni dagli altri perché è… come dire, tutta una famiglia.

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Alcuni dei membri più prestigiosi


Eh, sì… dimenticavo, ovviamente ci vuole anche un po’ di culo. Io ne ho avuto parecchio, credetemi, l’immagine qui sopra ha il solo scopo di presentare il prodotto.

Insomma, e concludo (copyright di Matteo Renzi), cito una persona che conosco e che una volta mi ha detto che l’amore non ha fine, che c’è sempre spazio e puoi sempre aggiungere qualcuno, anche tre gatti nel mio caso, senza togliere nulla a chi c’è già.
E il punto è proprio questo. Questo è quello di cui volevo parlare, oggi, alla vigilia della vigilia, senza preoccuparmi di risultare melenso o Toretto.

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Anche quest’anno la foto di rito


A tutti, i miei migliori auguri di Buone Feste!

Godiamoci la famiglia, godiamo di chi e di quello che abbiamo, ché a piangersi addosso si muore di ruggine.

La Forza è con noi, noi siamo tutt’uno con la Forza!

Tra qualche giorno, se me lo consentirete, tornerò a scassare i maroni.

Pier

 

 

 

 

*WIKI
La scighera (ciamada anca nebia o burda) a l’è un fenomen meteurulogich che l’è pruvucaa de l’evapuraziun de l’aqua che la gh’è in del sör o in d’una distesa de aqua in süperfiss. A cuntat cun l’aria, el vapur de l’aqua al vegn püssee fregg e’l se cundensa in d’un areosol furmaa de gut piscininn che rifrang la lüs del suu e la fan vegnì d’un culur panaa (bianch).

Per questo sto con te

Written on 11 agosto 2016   By   in Blog

Ti aspettavano al varco, sai?
“Eccola la stronzetta… mamma mia, che carattere di merda, ma chi si crede di essere? E poi tutte quelle foto, le copertine, i fidanzati, i selfie… spero che tu perda! Così impari a fare la figa!”

Solo 20 centesimi.
20 centesimi di secondo di troppo
Federica, 28 anni, hai perduto il podio per 20 centesimi di secondo.

Come ti ho detto ti aspettavano al varco.
Chi?

Federica-Pellegrini

Sono le campionesse di tiro con l’astio, di bitch volley, di lancio del predicozzo e di vuoto sincronizzato, e sono venute fuori tutte insieme. Hanno la tua età, all’incirca, la tua stessa attitudine al narcisismo, fanno gli stessi selfie e hanno le stesse spigolosità caratteriali. Sono allenatissime. Sono pronte a tutto pur di guadagnarsi 20 centesimi di secondo di presunta celebrità.

E hanno qualcosa in più di te, te lo devo dire:
La cattiveria, una certa abilità con i colpi bassi, un nutrito assortimento di insulti sessisti e un indecoroso moralismo d’accatto.

Ma, soprattutto, e questo lo devi ricordare, hanno qualcosa in meno: 19 medaglie d’oro, 12 medaglie d’argento e 13 di bronzo.

Per questo sto con te, Federica.
La differenza è tutta lì, tra chi fa la storia e chi fa un sacco di storie.

 

Buongiorno Milano

Written on 8 luglio 2016   By   in Blog

Buongiorno Milano, sei bollente e irritante come nelle mattine di tanti anni fa.
Buongiorno ai 33°C … cosa tengo a fare il condizionatore acceso tutta la notte se poi devo svegliarmi con la canottiera pressofusa sulla pelle?
Buongiorno David Bowie, grazie per la tua canzone che mi sveglia ogni mattina.
Buongiorno rassegna stampa di Radio Radicale, alle apnee improvvise di Massimo Bordin e agli altrettanto improvvisi colpi di tosse.
Buongiorno a Groupon e alla visita ginecologica… che mi proponi con lo sconto. Prima o poi finirà che ne approfitterò.

Ascolta un cretino

Written on 7 luglio 2016   By   in Blog

A mio parere c’è un mutamento culturale in atto che, come un fiume nel momento della piena, sta esondando dagli argini. Ciò che prima avveniva, con conseguenze risibili, in un pub o dal parrucchiere, ha oramai guadagnato una posizione primaria, una visibilità assoluta, a volte sconfina nella sovraesposizione, ma sempre e comunque in favore di telecamera.

L’ignorante (detto senza intenti denigratori) prende il posto del competente, il surrogato scalza l’originale e, in ultima analisi, l’improvvisato agisce nel campo che spetta al professionista.
Di questo, in fondo, non posso lamentarmi visto che mi tolgo quotidianamente lo sfizio di fare il ristoratore, e solo perché nel mio curriculum c’è una voce che dice “mi piace mangiare”.

L’incompetente, accompagnato da un ghigno corredato da sopracciglio alzato, si organizza e invade le corsie, si riversa sulle carreggiate e, -a conti fatti- ha voce in capitolo, fino ad assurgere a ruolo di interlocutore preferenziale. Sovverte tutte le certezze e azzarda nuove teorie. Smonta la versione ufficiale e te ne regala una nuova. In parole povere, riscrive la storia.

Lo riconosci in fretta, visto che proclama, non privo di boria: “Ascolta un cretino, io sarò pure un ignorante e forse questo non è il mio campo ma non accetto lezioni…”

E una volta che l’incompetente ha fatto irruzione, ha divelto la porta della pazienza, ti ha fatto prigioniero nel tuo soggiorno, è lì in quel momento che ti obbliga ad ascoltare la sua versione dei fatti, puntandoti alla tempia una copia del China Study.

“Ascolta un cretino, io sarò pure un ignorante e forse questo non è il mio campo ma non accetto lezioni…”

Riascolto dentro di me quell’affermazione.
E’ tutto in quella frase.
In sottofondo un quartetto d’archi sta suonando la spocchia e l’accordatura, manco a dirlo, lascia un po’ a desiderare.

Non una lezione, dice.
Non è il suo campo, sostiene.
E’ un cretino.
E me l’ha detto lui.